IL 25 APRILE 2017: SUI LUOGHI DELLA BATTAGLIA DI VALDIOLA

Splendida giornata sui luoghi che il 24 marzo 1944 furono teatro della battaglia di Valdiola (alle falde del Monte S. Vicino,  nell'alto maceratese) uno dei pochi grandi scontri "in campo aperto" sostenuti dai partigiani marchigiani contro i nazifascisti.  Nello specifico, si trattò di due "battaglioni" di partigiani (il gruppo guidato da Mario Depangher e il gruppo guidato da Agostino Pirotti) che sostennero per l'intera giornata l'urto di soverchianti forze nemiche, riuscendo, alla fine, a respingerle. Ma non senza lasciare sul terreno alcuni valorosi combattenti.

Per l'occasione abbiamo creato due gruppi: il primo (20 persone) a piedi ha camminato sul sentiero tra la località di Elcito e i prati di Canfaito; il secondo (10 ciclisti) ha invece pedalato toccando praticamente tutti i luoghi in cui si sviluppò lo scontro armato, tra cui Braccano, Roti, Valdiola, Chigiano.  In entrambi i casi i conduttori (Giuseppe e Lorenza per il primo gruppo, Doriano per il secondo) hanno raccontato ai partecipanti i drammatici avvenimenti di quel marzo '44, e - più in general - le vicende della Resistenza su questa parte di Appennino.

E a proposito di conduzioni, un episodio a cui abbiamo assistito nel corso della giornata ci ha suscitato alcune riflessioni che qui riportiamo. 
Alle ore 12,15 il gruppo dei ciclisti raggiunge il sito in cui si trova il cippo che ricorda uno dei caduti partigiani di quel giorno. il capitano Salvatore Valerio. E vorrebbe avvicinarsi per lo meno quel tanto che basta per leggere l'iscrizione sulla lapide, e magari anche per una foto ricordo. Ma non può farlo. Perché nel prato antistante si è accampato un gruppo di 50/60 persone. In un primo momento attendiamo fiduciosi: il gruppo ha un conduttore che sta spiegando le gesta del capitano Valerio. Al termine - pensiamo -  ci sarà spazio anche per noi.  Ma non è così: dopo aver concluso si mescola con resto del gruppo: tutti sdraiati per terra proprio lì davanti. A prendere il sole, a chiacchierare, scherzare, riposarsi. Forse pensavano di essere al mare...
Abbiamo atteso circa una ventina di minuti, poi abbiamo salutato da lontano il cippo e ci siamo ripromessi di tornare in un giorno qualsiasi, quando fin lassù non sale nessuno.  Tuttavia il comportamento di quel conduttore (che abbiamo già visto - con piccole varianti - in altri luoghi della memoria) impone qualche riflessione. Da un lato sulla preparazione dei conduttori stessi, dall'altro - di conseguenza - sul significato che assumono le escursioni sui luoghi della memoria (con particolare riferimento ai luoghi della memoria della Resistenza).
Ecco, il primo pensiero che abbiamo avuto è che a quell'accompagnatore sfuggiva un aspetto decisivo (in termini di significato) della storia che tentava di restituire agli astanti:  i partigiani che hanno combattuto per regalarci una paese democratico prima di tuto erano persone educate, rispettose degli altri (e dei luoghi).  E di questo possiamo dare personale assicurazione, giacché abbiamo avuto la fortuna (e il piacere) di colloquiare a lungo, per anni, con molti protagonisti di quella lotta.  Che purtroppo adesso non ci sono più, altrimenti glie lo direbbero di persona: è mancanza di educazione  (e di rispetto per chi quella lapide ricorda) portare un gruppo così numeroso e consentire un atteggiamento del genere.
Anche se non ci sono segni particolari, o elementi di delimitazione, quello spazio antistante al cippo è da considerarsi alla stregua di un luogo sacro, di un altare laico. E sugli altari non ci si sdraia. Ma evidentemente quel conduttore non ha contezza dell'aura di "religiosità" dei luoghi che ricordano chi ha donato la vita per regalare alle generazioni future democrazia e libertà. L'abbiamo sentito snocciolare un raccontino scolastico  e... via! Lavoro terminato. 
Noi della "staffetta della Memoria" nel tempo abbiamo avuto modo di visitare molti di tali luoghi, in tutta Italia; in giorni diversi dal 25 aprile sono luoghi deserti e silenziosi. Tutt'al più vi abbiamo incontrato pochissime persone giunte fin lì o perché legate per via familiare con i morti ricordati in quel dato luogo, o perché intenzionate a rendere omaggio a quei morti e ai valori in cui credevano. Ma in ogni caso abbiamo visto comportamenti sempre molto rispettosi. Ecco, chi vuole accompagnare gente in posti del genere dovrebbe anzitutto imparare tale lezione e poi trasmetterla a chi porta con lui/lei.
Dopodiché, non sarebbe male che questi improvvisati "divulgatori di storia" evitassero di presentare  vicende importanti come quelle resistenziali alla stessa stregua di una qualsiasi informativa turistica. Una trasmissione della memoria degna di questo nome passa anche e soprattutto - oggi che purtroppo gli ultimi partigiani ci stanno lasciando e non abbiamo più i loro racconti "dal vivo" - attraverso un "saper essere" e un "saper fare" che ci vuole accompagnare le persone sui luoghi della memoria deve avere introiettato e fatto propri. Che gli deve "trasparire dai pori" quando racconta, che deve coinvolgere ed emozionare chi ascolta. E che deve tradursi in atti e comportamenti coerenti con quella dignità. umiltà e generosità che rappresentano il primo lascito morale di chi ha perso la vita sulle montagne per combattere il nazifascismo. 
IN altre parole: si tratta di tener viva una storia fondante per la nostra Comunità. E il tenerla in vita passa anche attraverso l'empatia. l'immedesimazione: bisogna comprendere a fondo la lezione di quei 20 mesi di Resistenza, di chi ha scelto anche di fare l'estremo sacrificio per un superiore bene comune. Specie in tempi come i nostri in cui dei beni comuni ci stiamo dimenticando  (e tra i beni comuni ci sono anche calori come la solidarietà, la giustizia, la pace, il rispetto delle persone. E dei luoghi.  Così come bisogna comprendere che la pratica di tali valori si fa ogni giorno: anche nei piccoli gesti delle cose quotidiane si può essere combattenti per la libertà o suoi nemici.
A questi accompagnatori che non hanno ancora capito la distinzione tra luoghi turistici e luoghi della memoria (per lo meno della Resistenza) vogliamo dare un consiglio: avvicinatevi di più alle biografie dei partigiani conoscete le loro storie personali. Le tante storie che hanno poi consentito il dispiegarsi di quella Storia che leggono sui libri. E di apprezzarle al punto da poterle raccontare senza bisogno di tenere il libretto in mano per leggere, con quella passione necessaria per essere veri "trasmettitori" di memoria.  Ci vengono in mente - qui - i dengbej, gli aedi tradizionali che girano ancora nei villaggi di montagna del Quandil, dove resiste il popolo curdo.  Ci viene in mente il loro narrare, che è quasi un canto; un canto che trasmette storie e con ciò - dato che le storie formano l'identità personale e collettiva -  tramandano valori, irrobustiscono le radici, costruiscono la società, orientano il futuro. Ovviamente citiamo i curdi non a caso:  un popolo fiero e veramente libero e democratico che combatte eroicamente contro molti oppressori (tra l'altro, le donne curde sono protagoniste di un processo di liberazione anche personale che nel mondo islamico è una grande novità).
Allora, tornando alla nostra Resistenza, consigliamo - ad esempio -  il documentario "Partigiano per sempre"  di recente disponibile anche sul web  (https://vimeo.com/92702902) che restituisce la biografia del partigiano Aurelio Ricciardelli di Casola Valsenio, una persona di eccezionale levatura morale; anzi una persona eccezionale tout court.  Che siamo orgoglioso di aver fatto in tempo a conoscere.

L'équipe della "staffetta"









 

 

 

LA CRONACA DELLA "STAFFETTA" 2017

 

Appuntamento a giugno ....